STORIA DELL' OLD SHEFFIELD PLATE E DEL SUO SVILUPPO COMMERCIALE
Questo testo è il frutto di una lunga e curata traduzione del testo più importante mai scritto sull'argomento "Sheffield Plate":
"History of Old Sheffield Plate"
dell'argentiere Thomas Bradbury, scritto ed editato per la prima volta nel 1912 attraverso le memorie di chi, come Bradbury, era ancora custode dei segreti di tale tecnica, ultima generazione ad aver imparato da giovani questa arte divenuta poi obsoleta. Dopo anni di oblio questa affascinante storia viene oggi molto discussa da operatori del settore e dai collezionisti. Spesso si mescolano verità con leggende e più spesso ancora si fa un unico calderone del mondo dei placcati in argento raggruppando così il pur nobile Sheffield Plate realizzato per elettrolisi con il suo antenato storicamente e materialmente più importante realizzato per pressofusione. Il tema è talmente complesso che nemmeno Bradbury (cita) ne era a piena conoscenza, ci sono segreti e formule che purtroppo se ne andarono assieme ai loro utilizzatori o ancora, documenti dispersi che potessero farci luce su alcuni passaggi o accorgimenti oramai ignoti. Mentre leggerete questo trattato tenete sempre presente una cosa molto importante, e cioè che quando l’autore dice “oggi”intende nel 1912, quindi anche terminologie un po’ arcaiche o concetti oramai a noi distanti vanno ovviamente letti nell’ottica di quegli ultimi fastosi anni ad un passo dall’ottocento e ad un altro dal decadimento europeo dato dalla prima guerra mondiale del 1914.
Francesco Li Volsi
PREFAZIONE
Lo scopo di questo lavoro è ampliare la conoscenza degli esemplari d’articoli Old Sheffield Plate, oggi molto pregiati; rintracciare l’origine dei processi per mezzo dei quali furono prodotti, fornire alcuni particolari sui produttori e i loro stabilimenti, le località, gli operai e i metodi adottati; ciò unitamente ad altri dettagli che potrebbero risultare interessanti sia per i collezionisti, che per coloro che commerciano nei prodotti di un’industria di vecchia data che oggi è caduta interamente in disuso. E’ scorretto affermare che la produzione degli articoli in placcato argento su rame per mezzo del processo di fusione, con bordi e fini supporti d’argento, e silver shields 1, è un’arte perduta. Una gran percentuale degli stampi da cui tali articoli erano ricavati in passato sono ancora presenti a Sheffield, mentre i laminatoi laminano, ancora come un tempo, le lamine d’argento fuso e rame. Vi sono pure degli operai in grado di intraprendere i difficili processi della saldatura su supporti in argento, del rubbing-in 2 dei silver shields e dell’applicazione di bordi fini in argento. L’industria nella sua antica forma sembra però destinata a non essere mai più risuscitata commercialmente; viviamo in un’epoca nella quale le persone che acquistano articoli placcati li richiedono nelle varietà più economiche. I produttori e i dettaglianti si uniscono per soddisfare completamente il pubblico a questo riguardo. Va prendendo piede l’idea che ai moderni articoli placcati è richiesta solo una durata di pochi anni – fino a che i o proprietari si stancheranno dei loro stili, o gli articoli non saranno più utilizzati.
Nello scrivere sull’argomento dell’Old Sheffield Plate, si è ritenuto essenziale includere alcuni particolari riguardanti la produzione degli articoli close-plated 3, della posateria in argento, dell’argenteria e del Britannia Metal. 4 La saldatura di strati d’argento fine su metalli più vili – metodo definito a lungo andare “close plating” –, ha un’origine talmente antica da perdersi nella notte dei tempi.
La produzione d'articoli in argento e placcato argento prese avvio dal settore della posateria. In seguito fu richiesto materiale più a buon prezzo rispetto allo Sheffield plate, e più pratico del peltro. Si sviluppò quindi il "Britannia metal”. A Sheffield i principali produttori, un tempo come oggi, fabbricavano delle posate e degli articoli, sia in argento, sia placcati; per quanto la produzione del Britannia metal non fosse complessivamente disprezzabile negli ultimi tempi, qualora un’azienda disponesse di stabili sufficientemente ampi a garantire l’introduzione d'ulteriori attività produttive.
Nella trattazione dei precedenti argomenti, lo scopo principale in vista è stato la rappresentazione più corretta possibile del processo produttivo per mezzo d’illustrazioni, con riproduzioni d’esemplari, nomi di produttori e marchi trovati tanto sull’Old Sheffield quanto sugli articoli close-plated. I nomi negli elenchi dei produttori di Sheffield che registrarono un marchio di placcatore all’Ufficio dell’assaggio a Sheffield, abbracciano in pratica la totalità degli argentieri del tempo. Di conseguenza, si è ritenuto necessario fornire una rappresentazione cronologica, quanto più accurata ed ordinata possibile, dei punzoni dei produttori, come anche delle autentiche lettere datarie, delle forme e stili delle corone, e dei leoni trovati sull’argenteria antica.
La speranza è che tali materie siano ora enunciate su linee chiaramente definite, così da fornire ogni possibile aiuto ai collezionisti desiderosi di indagare sull’origine dei loro esemplari.
Il compito dell’Autore è stato notevolmente facilitato dalla pubblicazione dei registri ufficiali di tutti i marchi d’argento e vasellame, inseriti nei libri dell’Ufficio dell’Assaggio a Sheffield, nei confronti dei cui custodi desidera riconoscere il proprio debito.
Persino coloro che hanno abitato a Sheffield per tutta la vita, incontrano grandissima difficoltà nello scoprire informazioni credibili sulle condizioni in cui fu fondata e sviluppata l’industria; una ricerca diligente tra i polverosi archivi della propria e delle altrui ditte ha però consentito all’Autore di recuperare molti fatti dimenticati, che hanno fatto nuova luce su tali condizioni. Al tempo stesso egli si è sforzato, con quale esito sta al lettore giudicare, di fornire interesse umano alla narrazione includendo tutto ciò che si sa della personalità e carattere dei personaggi cui lo Sheffield Plate deve la propria origine ed eccellenza.
La quantità di Old Sheffield Plate prodotta all’estero che si può trovare oggi in questo paese, o trovata all’estero ma prodotta in Inghilterra, ha richiesto la stesura d’un articolo distinto su tale soggetto. La speranza è che i marchi riprodotti, e i particolari forniti nella Parte VII di questo lavoro, aiutino a far luce su una materia che per lungo tempo in passato sconcertò alquanto i collezionisti.
L’autore confida nel fatto che le osservazioni nel capitolo: "Luoghi noti di produzione dell’Old Sheffield Plate", aiuteranno a loro volta a risolvere l’annosa questione della località in cui furono prodotti per la prima volta articoli in vasellame placcato.
Sul soggetto del Britannia metal - un’industria che resiste da oramai 140 anni -, fatta eccezione per le poche righe qui ricordate, nulla, per quel che l’autore ne sa, è stato ancora pubblicato.
FREDK. BRADBURY
SHEFFIELD,
OTTOBRE 1912
LA STORIA DELL'OLD SHEFFIELD PLATE
INTRODUZIONE
Old Sheffield Plate è il termine usato per descrivere articoli di flat-ware o hollow-ware , da tavola o per uso domestico, fabbricati in rame ricoperto d’argento mediante fusione; il periodo di produzione data dal 1743 circa e durò all’incirca per 100 anni; fu poi gradualmente soppiantato dagli oggetti argentati elettroliticamente. Nel vasellame placcato di Sheffield, si stende l’argento sul rame e si uniscono i metalli mediante fusione, induriti e rafforzati per mezzo di una pressione tra i rulli. Sfortunatamente, di regola, la conoscenza dei collezionisti medi non va oltre il sapere che l’Old Sheffield Plate consiste in rame argentato, ed essi sono indotti talvolta a comprare articoli argentati elettroliticamente su rame quando vedono il rame esposto in vista. Tali articoli non raramente sono descritti come “Real Sheffield” 7 e “Sheffield Plate”, omettendo la parola “Old”. La nostra città non è come spesso si è immaginato un Eldorado in cui trovare magnifici esemplari in eccedenza degli antichi articoli placcati, pur essendovi prodotta nei tempi passati la quasi totalità del vasellame, periodo che oggi è descritto familiarmente come “Old Sheffield”. Nella città v’è un detto consacrato dal tempo – non privo di elementi di verità – secondo il quale la buona posateria può essere acquistata quasi ovunque tranne che a Sheffield, e tanto il coltellinaio quanto il placcatore, cercava mercati per le proprie merci al di fuori dei confini della città. Ma indubbiamente a Sheffield vi è ancora una grande quantità di Old Sheffield Plate, soprattutto in mano a privati, e conservata con cura dai discendenti di coloro che in origine lo fabbricarono ad uso personale.
Alla chiesa parrocchiale di Sheffield si troverà un piatto o tagliere liscio Old Sheffield eccezionalmente grande, usato regolarmente per portare l’acqua alla fonte in occasione dei battesimi. E’ finemente conservato e dev’essere stato utilizzato per un numero considerevole di anni. Reca il marchio di T. & J. Creswick. La chiesa contiene inoltre – tra altri esemplari anteriori – alcune patene e boccali, i secondi di dimensione molto grande, due dei quali prodotti durante il regno della Regina Anna, e in ottimo stato di conservazione. Il vasellame è ben degno d’ispezione da parte degli interessati all’argento antico.
Presso la Regia Infermeria di Sheffield si trova un servizio comune da comunione in Sheffield Plate omaggiato dalla Thomas Law & Co. nel 1800, comprendente una patena, un calice e un bricco, recante tale marchio (il vaso schiacciato).
Che Sheffield sia una località molto antica da un punto di vista industriale, è confermato da un riferimento nel “Racconto di Reves” di Chaucer, dove il fattore è così descritto:
“Un thwytel 8 di Sheffield porta egli nella canna,
rotonda era la sua faccia e camuso il suo naso”.
Si narra di una visita di caccia di Edoardo III a Sheffield, quindi sei secoli fa la città non era sconosciuta alla corte. La popolazione di Sheffield nel 1615 ammontava a 2.207 abitanti, di cui 1.222 erano servi e bambini, e 725 “tutti poveri mendicanti”. Ciò però porterebbe fuori strada, salvo ricordarsi che l’informazione si applica alla sola città di Sheffield, non alla diocesi, e che gli abitanti più benestanti vivevano nei sobborghi. Un confronto più utile si fa prendendo le cifre dell’intera diocesi. Esse indicano una popolazione nel 1736 di 14.105 abitanti; nel 1801, di 45.578; nel 1841, di 110.891; nel 1871, di 239.941. Nel 1905, quando si era avuta un’estensione dei confini, era di 440.414, e nel 1911 di 454.653.
Maria, Regina di Scozia, trascorse circa 14 anni della sua prigionia a Sheffield, tra il 1571 e il 1584, a carico del Conte di Shrewsbury. Presso il Maniero di Sheffield, oggi in completa rovina, esiste ancora un piccolo edificio distaccato, restaurato con cura alcuni anni fa. Una sua stanza, presumibilmente riservata apposta ad uso della Regina, presenta una bella decorazione interna, incluso uno stemma della famiglia Shrewsbury, finemente eseguito, sopra il caminetto. Si afferma che questa parte del Maniero fosse stata costruita apposta per lei dal Conte per impedirne la fuga.
Un interessante ritratto di Sheffield nel primo periodo dell’Old Plate si trova in una lettera di Horace Walpole al Sig. Montagu, datata 1 settembre 1760. Lo scrittore dice:
“Mentre andavo da Lord Strafford sono passato per Sheffield, che è una delle città più sporche d’Inghilterra, nella condizione più affascinante, dove vi sono 22.000 abitanti che fabbricano coltelli e forbici. Essi versano a Londra 11.000 sterline la settimana. Un uomo del posto ha scoperto l’arte di placcare il rame con l’argento. Ho comprato un paio di candelieri per due ghinee che sono molto carini”.
Tra gli antichi istituti di beneficenza della città almeno uno fu fondato a vantaggio del commercio locale in argento e Sheffield Plate. Nel 1815, Mary Parsons, sorella di John Parsons della J. Parsons & Co., produttori estensivi di Old Sheffield Plate ed argento, principalmente candelieri, “con affezionato riguardo per la memoria del fratello”, lasciò in legato una somma di 1.500 £ a credito per un investimento, il cui ricavato sarebbe stato distribuito in parti eguali tra 46 fabbri di Sheffield vecchi e infermi, in quote di 1 £ ciascuno, con un dono di 2 £ al Vicario perché recitasse un sermone annuale il giorno di San Giovanni. Accresciuta dalla somma di 175 £, raccolta nel 1879 dai produttori e fabbri di Sheffield in attività, la dotazione di quest’istituto di beneficenza ammonta ora a 1.709 £, 17 scellini e 7 pence. Abitualmente circa 50 uomini ricevevano la quota annuale di 1 £, e i candidati erano selezionati in una riunione annua dei fabbri in attività. I benefici sono limitati agli ottonai, ai cottimisti e ai fabbricanti di candelabri che hanno svolto l’apprendistato a Sheffield e lavorato regolarmente nel mestiere. I beneficiari solitamente si recano in processione in chiesa ad ascoltare il sermone, dopo di che si distribuisce la quota nella sagrestia.
PARTE I
L’INVENZIONE
I METODI DI PLACCATURA PIÙ ANTICHI
Non sono molto chiari i metodi grazie ai quali i primissimi placcatori compivano il loro lavoro sugli articoli più grandi usati a scopi decorativi.
Il fatto dominante da tenere sempre in mente è che, come nel caso degli oggetti oggi argentati elettroliticamente, il rivestimento d’argento era steso dopo che gli articoli erano stati forgiati. Il metodo “francese” di placcatura, anteriore alla scoperta del processo di placcatura a fusione, consisteva nel brunire una lamina sottile d’argento battuta a bassa temperatura sul metallo prima che avvenisse l’ossidazione, e benché si potessero aggiungere altre lamine, non si otteneva mai un’unione perfetta. Si era provato un involucro avvolto sui bordi di metalli più vili, ma aveva un aspetto simile al lamé ed era pressoché inutilizzabile.
Che da tempi remoti i coltellinai utilizzassero un processo di placcatura di metalli più vili con argento e oro per l’ornamento dei coltelli, è evidente. Fin dal 1379 i Coltellinai di Londra avevano stabilito che l’argento utilizzato a questo scopo – “rifinire i manici di coltello” – dovesse essere di buona lega; mentre ancor prima, cioè nel 1327, la Società degli Orafi di Londra concedeva lettere brevettate lamentandosi che “i coltellinai nei loro laboratori ricoprono lo stagno d’argento con tale minuziosità e abilità che lo stesso non può essere distinto e separato dallo stagno, e grazie a ciò essi vendono lo stagno così ricoperto come argento pregiato, a gran danno e inganno di noi e del popolo”.
Nei regni di Enrico IV ed Enrico V furono approvate varie leggi parlamentari proibenti la doratura di qualunque metallo al di fuori dell’argento, e l’argentatura di qualunque articolo, salvo gli speroni dei cavalieri o gli articoli dell’armamento nobiliare. Probabilmente allo stesso metodo, tramandato per molti secoli, si fa riferimento in due dei regolamenti nel primo codice di leggi locali promulgate nel 1625 dalla Società dei Coltellinai di Sheffield. Una di queste proibiva l’uso d’oro o argento su lame, mensole o manici di coltelli di valore inferiore a 5 scellini per dozzina; l’altra stabiliva che per la damaschinatura, l’intarsiatura e la borchiatura dei coltelli di qualità superiore, non si dovesse usare materiale di qualità inferiore ad argento od oro di buona lega.
L’inosservanza di queste leggi portò a contese ed arbitrati; e in una sentenza d’arbitrato (1628) abbiamo un quadro chiaro delle violazioni causate da “materiale contraffatto, per mezzo del quale un ignorante qualsiasi o altra persona può essere indotto a prendere lo stesso per argento od oro”. La legge locale è descritta come “relativa alla mescolanza di oro e ottone, o d’argento con stagno o peltro da utilizzare o impiegare nell’ombreggiatura, damaschinatura, doratura, argentatura o altr’ornamento di manici, mensole e lame di coltelli, o di qualsiasi loro parte, o in qualsivoglia altro articolo di posateria”.
E’ istruttivo notare come la difesa allestita dai trasgressori contro queste Ordinanze consisteva in parte nel fatto che essi contravvenivano a una delle leggi prima menzionate, quella di Enrico V, cap.3, (1420), e si vedrà in seguito come (con tutta probabilità) l’aver intrapreso delle riparazioni per un solo coltello della specie cui si faceva riferimento in questa contesa contribuì a rivelare a Thomas Boulsover le possibilità della placcatura a fusione – in altre parole, a portare all’invenzione dello Sheffield Plate.
I riferimenti di cui sopra all’uso più antico d’argento e oro per la placcatura e a scopi ornamentali in Inghilterra, ci portano naturalmente alla domanda: in precedenza, questi manici di coltelli e lame com’erano placcati? Certamente non mediante un processo di scarsa durata, o incapace di sopportare l’utilizzo di articoli sottoposti a consumo costante e giornaliero. Come risposta alla nostra domanda, dobbiamo guardare a ciò che è chiamato “close plating”, in una forma o nell’altra. Questo è l’unico sistema per mezzo del quale l’acciaio o il ferro, persino oggi, in qualunque maniera stabilita e con esito pienamente soddisfacente, possono essere ricoperti d’argento. Il close plating è stato così insistentemente associato, e costantemente confuso, con la placcatura a fusione, che in questa sede non sarà fuori luogo spiegare il primo in dettaglio.
In pratica qualsiasi metallo suscettibile di saldatura può essere sottoposto anche a close plating. Il processo è però laborioso, ed è abitualmente applicato solo agli articoli più piccoli d’uso quotidiano che richiedono una forza di resistenza maggiore dell’hollow-ware ordinario, o il possesso di un bordo tagliente, ad esempio lame di coltelli e smoccolatoi; oppure estremità appuntite o aguzze, come forchette, spiedi, palette per formaggio, o attrezzi a punta per aragosta; o forza, come nel caso di morsi di briglie, speroni, accessori per finimenti e maniglie di porte di carrozze.
Benché il close plating, così come realizzato e in passato e oggi, sia assolutamente semplice nei suoi aspetti principali, solo con la massima pazienza si può raggiungere, e con la pratica costante mantenere, un’abilità manipolativa da esperto. Il processo può essere descritto come segue: - Dopo essere stato per prima cosa lisciato e pulito perfettamente, l’articolo da placcare, per assicurare un’aderenza completa della sostanza da depositare, è immerso nel cloruro d’ammonio, che agisce da fondente, e in seguito nello stagno fuso. Una lamina d’argento, assottigliata mediante battitura e tagliata alla dimensione richiesta, è posta a quel punto sull’articolo e adattata il più regolarmente e perfettamente possibile. Dopo aver sovrapposto la lamina d’argento all’acciaio in ogni parte mediante pressione, si passa delicatamente sull’intera superficie un ferro da saldatura scaldato. Per mezzo di quest’operazione lo stagno è fuso e forma una saldatura tra l’acciaio e l’argento che lo ricopre. Si liscia poi con cura la superficie lungo tutta la sua estensione con un ferro da saldatura scaldato; rimossi con cura i frammenti abrasivi e le particelle metalliche e appiattiti i bordi mediante brunitura, la superficie è dunque pronta per la finitura a mano o con l’aiuto di una macchina levigatrice, com’è solito con tutti gli articoli, siano essi placcati o d’argento.
Questo metodo di close plating, che dobbiamo considerare come l’antesignano del processo di placcatura a fusione, ugualmente prestabilito, ha resistito a stento dopo che quest’ultimo è entrato nell’uso comune. Questo perché non poteva impedire al nuovo concorrente di monopolizzare gradualmente il processo di produzione del vasellame comune di carattere ricettivo e ornamentale. Il metodo di close plating sembra essere stato soppiantato così efficacemente dal suo più formidabile rivale, la placcatura a fusione, che dobbiamo attendere fino alla prima parte del XIX sec. prima che, dopo alcuni anni di sforzi, esso torni ad essere apprezzato. Nel XVIII sec. si erano prodotti almeno due brevetti avanzati per il close-plating, uno da Samuel Roberts, adattato per ricavare cucchiai e forchette da ferro o “qualsiasi composto o white metal”, e anche per fabbricare candelieri con gli stessi materiali. Il suo brevetto suona proprio come un deciso tentativo di resuscitare il close plating testando le sue possibilità in quegli articoli che richiedevano giornalmente un carattere sia d’utilità e di decoro. Questi prodotti non ebbero però successo, essendo troppo pesanti nell’uso. Erano inoltre soggetti ad arrugginimento. Nell’anno 1779, dieci anni prima del brevetto avanzato di Roberts, un altro brevetto era stato prodotto da un gioielliere di Londra, Richard Ellis, che menziona significativamente il proprio metodo come un “nuovo modo” (ossia presumibilmente una miglioria nel close plating). Un esame attento della descrizione del suo brevetto ci porta alla conclusione che essa si riferisce agli elementi della lega per saldatura utilizzati durante la realizzazione del metodo di close plating. Qui però, come nel caso di Roberts, l’oscurità dell’espressione suggerisce quasi che, per quanto comprensibile possa essere stato il processo per gli inventori stessi, il desiderio era di confondere il lettore piuttosto che di chiarire ciò che era indubbiamente il risultato di molti ragionamenti e di un’attenta ricerca. Di entrambi si seppe poco in seguito, e lungo tutto il periodo dell’industria dello Sheffield Plate, gli unici mezzi grazie ai quali fu evitata la completa estinzione a questo più antico processo, furono il suo adattamento alle lame da taglio e alle maniglie degli smoccolatoi, all’ornamento di fibbie d’acciaio, e il suo impiego da parte dei coltellinai per le lame dei coltelli. La durata degli articoli ottenuti mediante close plating dipende dal fatto che essi non erano esposti a calore o umidità eccessivi. La lama di un coltello o di una forchetta placcata con questo metodo, se tenuta per un momento nella fiamma, perde rapidamente il suo rivestimento in argento, mentre in un ambiente umido il metallo dello strato inferiore tende ad arrugginirsi, e di conseguenza l’argento forma delle bolle.
Sir Edward Thomason (di Birmingham), nelle sue “Memorie di mezzo secolo”, vol. I, p.36, fa luce in maniera interessante sul soggetto del close plating e sulla sua rinascita agli inizi del XIX sec. Le sue osservazioni sono le seguenti:-
All’inizio di gennaio del 1810, ingrandii gli ambienti di produzione per aggiungere una nuova attività - la placcatura su acciaio di coltelli, forchette, cucchiai, ecc. Poiché in questo periodo prevaleva l’idea che non vi fosse alcun’affinità tra acciaio ed argento, e che si dovesse trovare uno strumento che unisse o presentasse un’affinità per entrambi. Questo strumento era lo stagno, oggetto precedentemente conosciuto ma su cui non si era agito così scientificamente come si sarebbe dovuto. Ci riuscii, e le mie manifatture in questa nuova serie furono apprezzate dal pubblico, come proverà la seguente lettera datata 26 febbraio 1810, Northumberland House, e firmata “Percy”:-
Northumberland House, 26 febbraio 1810.
“Signore,
avendo menzionato i suoi coltelli e forchette in acciaio placcato, i cucchiai e i piatti in finto argento, ad un gentleman in prossima partenza per un paese dove vi è grande difficoltà nel procurarsi delle terrecotte, questi è assai desideroso di portarne alcuni con sé. Le sarò perciò molto obbligato, se mi manderà il prima possibile una dozzina d’esemplari di ciascun articolo, con il relativo conto, poiché devo sperare che lei nel frattempo sia riuscito a fabbricare dei piatti. Tuttavia, dovesse esserci un qualsiasi negozio in città cui lei invia le sue merci, sarebbe forse meglio indirizzarmi a quel negozio, anziché far arrivare gli oggetti da Birmingham, di modo che potrei vedere una maggiore varietà tra cui scegliere. Sono ansioso, Signore, di sapere se lei ultimamente ha prodotto una qualche nuova invenzione e, inoltre, se è stato in grado di convertire il cuoio giapponese in qualche uso. Dovesse il Club da lei menzionatomi quand’ero a Birmingham pubblicare le sue dissertazioni o conferenze, desidererei molto vederle.
“Resto,
“Suo servo obbediente
“PERCY”.
“Egr. E. Thomason, Church Street, Birmingham.
Posso dire che la nuova produzione ha occupato gran parte del mio tempo libero quest’anno, per vedere quali classi d’articoli potessero rispondere alle mie attese; e sembrava che questo metodo di placcatura fosse limitato ai piccoli articoli, e che i piatti da tavola ai quali allude il nobile Conte Percy, non potessero essere realizzati adeguatamente”.
LA SCOPERTA DI BOULSOVER DELLA PLACCATURA A FUSIONE
Desolatamente vaghi e insoddisfacenti sono i resoconti tramandatici sul modo in cui Thomas Boulsover 10 pose le fondamenta dell’Old Sheffield Plate, puntando su affinità tra metalli fino a quel momento ignorate,. La tradizione vuole che nel 1743, mentre seguiva la sua attività di coltellinaio ed era impegnato nella banale riparazione di un manico di coltello, il comportamento dell’argento e del rame utilizzati nella decorazione attirò la sua attenzione. Cosa vide? I cronisti forniscono differenti risposte a questa domanda. Hunter 11, evitando i dettagli, dice semplicemente che, essendo il manico del coltello composto in parte d’argento ed in parte di rame, Boulsover fu “colpito” dalla possibilità di unire i due metalli. Altri, più precisi, asseriscono che questa combinazione avvenne in realtà sotto gli occhi di Boulsover, essendo stata causata (1) dalla fusione, a causa di un surriscaldamento accidentale, dell’argento e del rame nel manico; oppure (2) dal fatto che l’argento così fuso aderì strettamente al rame di un penny che egli per caso aveva infilato nella morsa come cuneo. Un’altra versione indugia piuttosto su un evento successivo – la scoperta che i metalli, dopo essersi uniti, in combinazione sotto pressione conservavano la loro duttilità separatamente, mentre si comportavano come un unico oggetto se manipolati. Fu questo, prosegue l’affermazione, a sorprendere Boulsover quando, desiderando stendere l’argento così da coprire un punto scoperto, egli mise il manico del coltello “attraverso i rulli”, e scoprì che anziché espandersi l’argento da solo, questo e il rame si allungavano insieme completamente all’unisono.12
Che sia stata questa, e non l’aderenza mediante fusione, la scoperta vitale, sembra una conclusione irresistibile. Sottoponendo un vecchio penny di rame e una moneta da sei penny alla fiamma di un cannello, chiunque può facilmente dimostrare in modo rudimentale il ruolo svolto dalla fusione nella produzione dell’Old Sheffield Plate. E troverà impossibile credere che, nonostante il comune utilizzo della saldatura, fosse toccato a Boulsover essere nel 1743 il primo a far sì che un cannello entrasse in relazione con argento e rame. Può tuttavia essere, com’è stato suggerito, che l’importanza commerciale di ciò non avesse “colpito” nessuno prima di lui, e che essa divenne istruttiva soltanto combinata alla scoperta che i metalli uniti erano completamente omogenei e lavorabili. Nonostante la presenza fortuita di rulli adeguati, accessori insoliti per un negozio di coltellinai, desti dei sospetti, sembra possibile sia stata questa la vera scoperta.
E’ quantomeno molto improbabile che Boulsover possa aver avuto la fortuna di essere favorito da due “incidenti” simultanei, uno che rivelava la fattibilità della placcatura a fusione, l’altro che i metalli uniti potevano essere allungati indefinitamente sotto pressione. Mancando però di una qualsiasi spiegazione da parte di Boulsover stesso, e di una qualunque narrazione strettamente coeva, si deve ammettere che sono tutte congetture. Soppesare le probabilità è di scarso aiuto nella risoluzione del mistero di ciò che realmente avvenne nella soffitta di Boulsover. Forse, dopotutto, ci fu una certa combinazione di ricerca intelligente, buona sorte, e ciò che, con un’espressione familiare, viene chiamato il potere di fare due più due quattro.13
Altre attività di cui egli gettò le basi negli anni successivi, quali la creazione di laminatoi rotanti, la produzione di seghe (per mezzo del nuovo processo di laminatura), vanghe, pale, ecc., ne avrebbero, si deve credere, tramandato il ricordo fino a noi oggi, come uno dei più grandi pionieri delle industrie commerciali del XVIII sec.
Si racconta che il vecchio processo di fabbricazione della sega comportava il laborioso metodo di ottenere la lama dalla battitura di una barra d’acciaio. Boulsover è accreditato del merito di aver sostituito a tale metodo quello più semplice della laminatura, con i cui vantaggi la sua esperienza di placcatura dell’argento l’aveva reso familiare. Egli introdusse pure l’ingegnoso ma allora innovativo metodo di regolare i denti delle seghe così da dare “passo” senza la scomoda preoccupazione principale di mantenere il lato tagliente della lama più spesso del dorso. Fu per quest’industria che egli costruì delle officine sul ruscello sotto casa sua a Whiteley Hood – cominciando, com’egli raccontò, con un borsellino che non aveva collo e finendo con uno che era solo collo. A Bowser (cioè Boulsover) Bottom si possono ancora vedere i capannoni per gli operai. I resti dei mulini, chiaramente visibili non molto tempo fa, sono ora però quasi interamente distrutti. Resta tuttavia lo sbarramento che forniva energia idraulica. Poco dopo la morte di Boulsover, sua figlia, la Sig.a Hutton, fece costruire una piccola cappella per gli operai tra i mulini e la Hall. E’ ancora in piedi, adibita a granaio, come parte della fattoria dei Mason (vedi illustrazioni, p.3).
DESCRIZIONE DEL METODO
Il metodo di Boulsover della placcatura a fusione è compiuto ancor oggi, e la cosa migliore che possiamo fare è raccontare punto per punto la descrizione fatta dal Sig. William Adcock Ellis, la cui ditta è stata costantemente impegnata in questo metodo per oltre un secolo. Il Sig. Ellis ha inoltre gentilmente fornito i lingotti qui illustrati. Si deve rimarcare come la moderna procedura differisca solo in certi minimi dettagli dai metodi adottati nei primissimi anni dell’industria.
“Circa un secolo fa, quando il Commercio nell’Old Sheffield Plate era ai massimi, si scoprì che il metallo più affidabile su cui placcare, e maggiormente adatto alla laminatura in fogli, era il rame legato leggermente con zinco e piombo, mescolanza scoperta grazie ad un esperimento per produrre un metallo facilmente lavorabile, né troppo duro né troppo poroso, mentre il rivestimento in argento era leggermente legato con rame nella stessa proporzione dell’argento comune (ossia 925 parti d’argento puro contro 75 parti di lega).
Si prendeva un lingotto del metallo di cui sopra, che variava da uno spessore di 1½” ad uno di 1¾”, e di 2½” di larghezza per 8” di lunghezza, oppure di dimensioni maggiori, secondo il peso e la dimensione della lastra placcata richiesta per la produzione, e si piallava la superficie (o entrambe le superfici durante la placcatura su entrambi i lati del lingotto) per rimuovere le irregolarità di colata, grazie alla qual cosa si otteneva una superficie solida. Quindi si limava il lingotto e lo si raschiava fino a far sparire tutte le imperfezioni sulla faccia. Si tagliava allora la lastra d’argento quasi alla dimensione della faccia del lingotto di rame, e con uno spessore della qualità del vasellame richiesto14; ciò dopo aver trattato la lastra in maniera analoga al lingotto di rame. Quindi si mettevano insieme le due superfici preparate, facendo molta attenzione a non consentire a sporcizia o umidità di rimanere sulle superfici; poi si pressavano insieme con forza tali superfici in modo da far combaciare le due facce in modo assolutamente regolare. Oggi questo processo di stampaggio alla pressa per espellere tutte le particelle d’aria, prima della fusione, è eseguito per mezzo di una potente pressa idraulica; in precedenza era compiuto da un uomo, chiamato “bedder” 15, che reggeva un pezzo di ferro di circa 20 libbre di peso, mentre un secondo uomo lo colpiva con un pesante martello. Ciò appiattiva le due superfici, incastrando l’argento nel rame.
Per proteggere l’argento dal fuoco gli si stendeva quindi sopra una lastra di rame, ricoperta di una soluzione di gesso per impedirle d’aderire all’argento. Si legavano insieme con filo di ferro i tre pezzi di metallo (o i cinque pezzi nel caso del metallo a doppia placcatura, quello cioè in cui si erano argentati entrambi i lati), poi si ricoprivano con una soluzione di borace i bordi dove l’argento e il rame venivano a contatto. Il lingotto era quindi pronto per il processo di fusione e depositato in una fornace riscaldata con fuoco di coke, dove veniva sistemato, e sorvegliato con la massima cura attraverso un buchetto nella porta della fornace, fino a quando la lastra d’argento del lingotto di rame non cominciava a “piangere” (è questo il termine tecnico), cioè cominciasse a gocciolare lungo i lati del lingotto. Era venuto allora il momento di estrarre il lingotto dal forno, e nello spostarlo si doveva prestare molta attenzione. Si usavano pinze appropriate per afferrare saldamente il lingotto per i lati e tenerlo fermo durante lo spostamento. Infine, il lingotto, trascorso abbastanza tempo perché si raffreddasse, e prima di mandarlo ai laminatoi rotanti, era attentamente pulito in profondità immergendolo in acidi e strofinandolo successivamente con sabbia e acqua.
Nel caso in cui sulla lastra apparisse una qualche imperfezione dopo il metodo della laminatura, si poteva tagliare ed eliminare una sezione della lastra, oppure ci si poteva rivolgere al metodo della “Placcatura francese”, descritto a p.96, in alternativa; ma poiché il tempo occupato da questo processo pesava maggiormente della piccola sezione di materiale eliminata, vi erano pochi stimoli ad utilizzarlo”.
In merito alla questione se in precedenza non si fosse mai intrapresa la placcatura sui quattro lati del lingotto, un esperimento ha provato che, ricoprendo tutti e quattro i lati di un lingotto di lastre di rame rivestite d’argento e gesso, non si poteva condurre all’interno una quantità di calore sufficiente a portare il rame alla temperatura di fusione necessaria.
Quando si placcano solo due facce del lingotto, venendo esposti alla fornace due lati delle superfici in rame, si raggiunge prontamente il calore richiesto.
A QUALI SCOPI FU APPLICATA IN UN PRIMO TEMPO L’INVENZIONE DEL VASELLAME FUSO E COME I DUE PIONIERI FECERO SEGUIRE ALTRE INIZIATIVE INDUSTRIALI
Alcune informazioni aggiuntive estremamente interessanti sull’industria dell’Old Sheffield Plate sono date da alcuni manoscritti lasciati da Charles Dixon, un fabbricante di candelieri, che nacque a Sheffield nel 1776 e morì nel 1852. Per alcuni anni prima della morte egli impiegò moltissima diligenza nella compilazione di un registro di eventi, aneddoti e tendenze dei tempi in cui viveva, e poiché frequentava liberamente uomini allora impegnati nella manifattura dell’Old Sheffield Plate, i suoi ricordi su questo soggetto sono d’importanza tale da meritarne la riproduzione nella fraseologia pittoresca propria dello scrittore;-
“Una persona di nome Thomas Boulsover fu lo scopritore dell’arte di placcare il rame con l’argento. Egli era di professione coltellinaio. Nell’anno 1743 ebbe in mano un lavoro nel quale il dorso del coltello era ricoperto d’argento saldatoci sopra. Accorgendosi di essere rimasto a corto d’argento, lo mise tutto quanto, proprio com’era, in mezzo ai rulli a caso, e scoprì che il duro e il morbido si allungavano insieme, cosa che lo fece riflettere su causa ed effetto.
Boulsover cominciò allora a fare degli esperimenti. Scoprì che l’argento fondeva prima del rame, e giaceva sulla superficie del rame allo stato fluido, cosicché quando il calore era stato applicato sufficientemente a lungo per fondere l’argento, questo e il rame diventavano un unico corpo solido 16, che poteva essere laminato a qualsiasi dimensione o spessore.
Il primo uso che il Sig. Boulsover fece della propria scoperta fu la fabbricazione di bottoni placcati, che sembravano rispondere molto bene alle aspettative. Essendo sua la scoperta della placcatura, la mantenne segreta, e per molto tempo non ebbe alcun’opposizione in quest’attività.
Egli ritagliava i bottoni “al volo” con un bancale e un punteruolo, saldati alla base, e successivamente li bruniva e levigava. La maggior difficoltà incontrata fu la necessità di denaro per estendere grazie a questo la propria attività. Egli non aveva capitale o ne aveva poco, e fin allora ciò che guadagnava proveniva dal risultato del suo lavoro a mano.
Il Sig. Pegge, di Beauchief 17, che conosceva un po’ il Sig. Boulsover e la sua famiglia, fu la persona cui questi si decise a ricorrere in aiuto. Ricevutolo con cortesia, Boulsover gli spiegò la natura delle proprie difficoltà, mostrandogli i modelli e fornendogli particolari sulle prospettive di vendita dei bottoni. Il Sig. Pegge comprese la fattibilità della speculazione e gli prestò 70 £, augurandogli successo. A capo di 12 mesi Il Sig. Boulsover fece nuovamente visita al Sig. Pegge. Il Sig. Pegge dice: “Beh, Thomas, come sta? Come, è venuto a chiedere in prestito dell’altro denaro ?” “No, signore”, fu la risposta. “Sono venuto per pagarle il denaro che le ho preso in prestito con i relativi interessi.” “Davvero, Thomas ?” “Sì, signore”. “Beh, Thomas, non voglio che tu faccia offesa alla tua attività per pagarmi. Non voglio il denaro se esso ti sarà utile ancora per un po’; pagami solo se sei in grado di risparmiarlo convenientemente”. “Oh, sì signore, posso risparmiarlo; e ho inoltre molto denaro per portarmici avanti il commercio”. “Ebbene, Thomas, il tuo commercio dev’essere redditizio quanto il far soldi”. “Sì signore; ma è un affare migliore del far soldi, poiché sono in grado di vendere comodamente i miei bottoni per una ghinea ogni dodici pezzi, e l’argento non costa più di tre scellini ogni dodici pezzi; pertanto far soldi costa più di quanto mi costino quelli”.
Egli pagò il Sig. Pegge e lo ringraziò. Ebbe molto successo con i suoi bottoni, e decorandoli ottenne una grande varietà di modelli. Nel commercio da alcuni anni, mandò le sue formature a sagoma, di cui si era preso gran cura, al Sig. Read, raffinatore, a Green Lane, e in poco tempo quegli gli mandò indietro dell’argento per un valore di 100 £ - tanto valevano le formature a sagoma da bottega.
Quanto narrato sopra mostra come, dopo alcune sperimentazioni, Boulsover avesse applicato la sua invenzione alla manifattura dei bottoni, e ad altri piccoli articoli che in precedenza erano stati fabbricati in solo argento. Fu Joseph Hancock (di cui si parlerà più diffusamente in seguito) a comprendere le più ampie possibilità commerciali del nuovo processo, che applicò ad una gamma di beni più numerosa, fabbricando in un primo tempo casseruole, quindi caffettiere, brocche per acqua calda e candelieri, ecc.
Il defunto Thomas Nicholson narra un aneddoto secondo il quale Boulsover fu trattato molto male da un rappresentante da lui impiegato nei primi tempi della sua invenzione. Assunto per far visita ai clienti di Boulsover, quest’individuo passava molte delle commesse ricevute ad un complice di Sheffield, mentre faceva presente al suo datore di lavoro che non era in grado di condurre affari per suo conto, poiché nessuno credeva nel nuovo metodo. Comunque sia, Boulsover si dedicò soprattutto ad altre iniziative, nelle quali spese una consistente somma di capitale non redditizio, mentre in seguito la ricchezza fu costruita da coloro che si erano limitati alla produzione di vasellame placcato. Dopo aver spesi circa quindici anni nella produzione, Joseph Hancock abbandonò la fabbricazione di prodotti finiti e si dedicò al commercio del metallo ottenuto tramite laminatura per i produttori. Possiamo fissare la data di questa svolta tra gli anni 1762-65, all’incirca nello stesso periodo in cui Boulsover si diede alla fabbricazione di seghe, ecc. In origine i metalli erano trasformati in lastre mediante battitura grazie al lavoro manuale nei locali, dove erano stati per prima cosa fusi. In seguito furono laminati con la forza manuale e, all’incirca nello stesso periodo in cui Joseph Hancock cominciò a laminare il metallo per il commercio, seguirono il cavallo vapore e l’energia idraulica. Infine per far funzionare i laminatoi fu impiegato il vapore.
Quanto è stato detto sopra spiega per quale motivo, nella citazione dai vecchi Elenchi forniti nelle pagine seguenti, Boulsover e Hancock non sono inclusi né nel 1774 né nel 1787 nella categoria delle lastre d’argento. Nel primo elenco Boulsover appare sotto questa dicitura, “Boulsover, Tho. & Co., Produttori di Seghe, Parafuochi, Utensili Affilati, in Sycamore Street”; il solo Joseph Hancock menzionato è “Hancock Joseph, Coltellinaio, in Norfolk Street”. Boulsover non è menzionato nell’Elenco del 1787, in cui Joseph Hancock è descritto come “laminatore di metallo placcato, in Union Street”. C’è ragione di credere che in precedenza (nel 1771 circa) egli fosse stato impegnato nella stessa industria in High Street, nel luogo, o nelle sue vicinanze, in seguito occupato dalle attività di produzione di metallo in placcato argento della William Hutton & Sons, oggi sede dello stabile di Newsome, chimico. Egli stabilì l’Old Park Silver Mill, ancora esistente, in Club Mill Road, a Hill Foot, sostituendovi l’acqua al cavallo vapore per il metallo placcato mediante laminatura.
I libri della Thomas Bradbury & Sons mostrano come Hancock laminasse vasellame per i suoi predecessori negli anni 1783-1787 –
DOTT. SIG. JOSEPH HANCOCK, SHEFFIELD -CONTRO- CR.
1783 In cassa £ Scellini Penny 1783 £ Sc. P.
9 Ago 5 5 0 24 Giu
13 Sett 5 5 0 Per saldo da O.L., p.244 176 15 4
1 Nov 5 5 0 Per laminatura come prec. Fattura nel 1783 73 10 6
20 Dic 5 5 0 1784 65 12 6
1784 1785 58 12 2½
17 Feb 5 5 0 1786 56 6 7
29 Mag 5 5 0 1787 30 14 8½
21 Ago 5 5 0
Vi sono inoltre negli stessi libri mastri alcune voci relative a Boulsover, come acquirente di beni dalla stessa ditta (M. Fenton & Co.) negli anni 1778-79-80-81-82.
LA NUOVA INDUSTRIA E LE SUE POSSIBILITÀ
Come risultato delle scoperte di Boulsover, integrate da quelle di Hancock, sull’industria della posateria già esistente s’innestò rapidamente un nuovo e importante ramo. Vi fu naturalmente un breve stadio iniziale o sperimentale durante il quale, nelle mani dell’inventore, il nuovo processo fu in prova, giacché le sue potenzialità andavano motivate. Il Sig. Leader, nella sua “Storia della Società dei Coltellinai”, non sposa la versione che spiega il limitarsi di Boulsover alla manifattura in placcato argento di bottoni, tabacchiere ed articoli leggeri e piccoli, col fatto che questi non comprese immediatamente le possibilità della sua scoperta. Leader propende per l’opinione che Boulsover cercò saggiamente, all’inizio, di dimostrare il valore del metodo mediante la sua applicazione pratica agli articoli in cui l’industria di Sheffield era principalmente attiva. E tra questi non vi erano solo articoli di posateria, la cui ingegnosità si comprende dal gran numero di “produttori di posate in argento” che utilizzarono rapidamente il nuovo materiale; erano pronte e disponibili, mirabilmente adattate ad esperimenti, pure manifatture minori che si può dire fossero quasi indigene del luogo, e tali prodotti avevano pronto un mercato. La produzione di bottoni, ad esempio, nel XVIII sec. divenne importante abbastanza in fretta da giustificare l’unirsi della Società dei Coltellinai nella difesa di quest’attività, benché fosse al di fuori della giurisdizione della corporazione. La contesa in questione era nell’interesse dei produttori di bottoni non ricoperti, e il risultato li lasciò liberi di proseguire la loro attività secondaria senza noie derivanti dai vecchi statuti approvati nell’interesse dei fabbricatori di bottoni ricoperti di materiale tessile. Questa vittoria precedette di poco la scoperta di Boulsover, che così spiccò in un’attività locale in piena espansione. Producendo non solo bottoni di corno, ma bottoni forse d’argento e certamente di metalli più vili, quali ottone e un amalgama noto come “alcomy” (di cui si diceva assomigliasse all’oro), l’adeguatezza del nuovo metodo ad ingrandire un commercio già esistente sarebbe risultata subito evidente in molti laboratori di Sheffield. Il suo adattamento non eliminò i bottoni più a buon mercato derivati dagli abiti degli umili, né il vasellame placcato soppiantò i bottoni in argento. Provvide tuttavia ai bisogni di una classe intermedia pronta a fingere di avere un metallo prezioso che in realtà non possedeva.
E’ degno di nota il fatto che il bottone placcato, il primissimo articolo prodotto da Boulsover, avrebbe conservato il posto tra le molte produzioni ottenute dal metallo fuso placcato con più tenacia di qualsiasi altro articolo sperimentale.
Per gentile concessione dei Sigg. Firmin & Sons, di Londra, l’autore è in grado d’illustrare nella pagina seguente esemplari di bottoni ricavati da una lastra di rame fusa, alcuni dei quali ottenuti da stampi esistenti dal Regno della Regina Anna (utilizzati probabilmente a quei tempi per punzonare bottoni in argento).
I Sigg. Firmin sono forse la più antica ditta di produttori di bottoni esistente nel paese; la loro attività può essere fatta risalire al 1702 ed esisteva indubbiamente prima di allora. Il metodo di produzione di questi bottoni non è cambiato in maniera rilevante nelle sue principali caratteristiche dai giorni in cui Boulsover li manipolava con l’aiuto di un bancale e di un punteruolo. I Sigg. Firmin affermano che i bottoni in rame placcato per uniformi e livree sono oggi fabbricati in metallo fuso placcato nella stessa misura di prima, e che, dalla scoperta del nuovo processo, nella loro fabbrica questo metodo è stato portato avanti continuamente e sistematicamente. I bottoni placcati mediante galvanostegia non sono in grado di sopportare il forte logorio e consumo dell’utilizzo attuale.
(Un’interessante inserzione pubblicitaria in un giornale di Dublino, il “Faulkener’s Journal” del 24 Febbraio 1747, suona così: “John Roche, Usher’s Quay, Dublino, produce oro, bottoni argentati e placcati”.)
SCATOLE
La produzione di scatole era anch’essa una vecchia industria di Sheffield troppo redditizia perché fosse disprezzata, e matura per un ampliamento come quello prodotto dalla scoperta di Boulsover. Nel 1680 la Società dei Coltellinai, costituendosi come tramite tra il produttore e il consumatore, istituì un magazzino nel quale riceveva le merci e intraprendendone la distribuzione per conto dei produttori, e le registrazioni delle transazioni mostrano che (oltre alla posateria) si depositavano presso la Società e si vendevano in quantità considerevoli ai mercanti, tabacchiere e cassette salvadanaio, prodotte dagli Uomini Liberi della Società (compreso tale Isaac Hancock).18 Il commercio apparve così redditizio che quando in seguito la Società dei Coltellinai si fece tradire da uno zelo manifatturiero malconsigliato di per se stesso, tra le proprie attività stava mettendo in piedi un commercio di scatole. Quest’episodio non è interessante solo in quanto tale, ma si collega alla storia dell’Old Sheffield Plate, poiché Thomas Law, uno dei primissimi placcatori, ebbe un ruolo attivo nella direzione, procurando i materiali necessari per, e forse persino fabbricando, le scatole. Questa speculazione era tuttavia destinata a vita assai breve, e Law alla fine acquistò parte degli attrezzi e degli utensili, mentre la scorta che aveva accumulato fu spedita a Londra per essere venduta. Sfortunatamente non vi è nulla che indichi se questo lanciarsi nell’industria sottolinei un’impazienza da parte della Società dei Coltellinai di partecipare ai benefici dell’invenzione di Boulsover, allora vecchia di sei o sette anni, oppure se le scatole fossero del tipo fabbricato nel 1860 – di ferro e forse ottone, i cui coperchi erano incisi o “scritti” con disegni o lettering.19
Tra i primissimi oggetti cui i vecchi placcatori rivolsero l’attenzione vi furono tabacchiere di ogni dimensione. Boulsover e Hancock fabbricarono entrambi queste scatolette, solitamente con coperchi rimovibili e non fissati a dei cardini. Man mano che l’industria della placcatura si sviluppava, i produttori di Sheffield concentrarono i loro sforzi su articoli più grandi, e benché la fabbricazione di scatole fosse ancora portata avanti nella città quando fu pubblicato l’elenco di Sketchley del 1774, l’attività scivolò gradualmente in un ramo della gioielleria di Birmingham. Alcuni piccoli esemplari sopravvissuti furono ovviamente usati come scatolette per nei posticci; altri si dà il caso siano grandi abbastanza giusto da contenere quattro scellini di Giorgio III.
Nelle due pagine seguenti sono fornite alcune illustrazioni di esemplari di primissima qualità, con coperchi e basi decorati in bassorilievo. I coperchi non raramente mostrano di essere stati incisi a mano; altri sono stati ricavati da stampi di acciaio finemente tagliati. La fonte d’origine delle scatole qui raffigurate è incerta; la data di fabbricazione risale agli anni 1750-1765 circa. I coperchi, fabbricati a parte, sono stati uniti e fissati alla superficie superiore delle scatole sovrapponendo i lati per fissarli rigidamente, e per renderli più pratici, sotto i coperchi è assicurata una lastra sciolta di rame non placcato. Le basi sono fissate con gli stessi metodi, i lati stampati a caldo mediante bollitura e saldati insieme, rimanendo chiaramente visibili le giunzioni. Gli interni delle scatole non sono ricoperti di stagno com’era abituale con gli articoli fabbricati a Sheffield, e rivelano il rame nudo una volta rimossi i coperchi. Alcuni collezionisti attribuiscono la fabbricazione di queste scatole ai Francesi. Può essere che i coperchi, che spesso ritraggono soggetti classici, siano stati importati dai produttori di Sheffield e quindi finiti. Tuttavia, poiché queste scatole recano talvolta caratteri inglesi tipici e lettering in Inglese, sono molto probabilmente di produzione locale, benché a prima vista sembrino per quanto poco stranieri. Inoltre, essendo normalmente fabbricati con coperchi rimovibili, è probabile che siano tra i primi esempi dell’industria del vasellame fuso di Sheffield.
FIBBIE
È impossibile condividere l’opinione di molti scrittori sull’Old Sheffield Plate che, tra gli articoli alla cui produzione s’interessarono i pionieri della placcatura a fusione, le fibbie per scarpe avessero la loro importanza. Le fibbie in parti placcate erano note dal 1659 circa, quando divennero di moda. Esemplari se ne possono trovare oggi in alcune collezioni, ma il loro metodo di placcatura è troppo oscuro per giustificare un’affermazione fiduciosa qualsiasi sulla sua precisa natura. E’ evidente tuttavia che l’operaio in grado di fabbricare e decorare manici di coltello con argento poteva trattare con la stessa facilità le fibbie in maniera analoga. E quando ci volgiamo ad esempi di fibbie del periodo Boulsover, le troviamo realizzate per la maggior parte mediante close plating 20, benché ve ne siano altre d’argento massiccio, acciaio o ferro comune, ottone dorato, similoro ed altre varietà economiche di metalli combinati. Le fibbie placcate a fusione brillano però per la loro assenza, spiegata dal fatto che la loro manifattura presentava tre difficoltà. Primo, la base in rame sarebbe stata troppo molle e pieghevole per sopportare un utilizzo rude; secondo, per ottenere lo spessore necessario sul ponte e la conicità verso le estremità, sarebbe stato necessario un martellamento infinito ed attento; e terzo, il processo di ritaglio avrebbe esposto ampi tratti non lavorati di rame nudo alle difficoltà intrinseche della manipolazione, ai fini della placcatura dei lati. E oltre a ciò, va pure ricordato che la saldatura a stagno di molte decorazioni delicate su tali articoli di piccole dimensioni, non poteva essere realizzata in maniera tale da assicurare una durata adeguata. Molto raramente ci s’imbatte in fibbie in oro placcato con una base di rame, ma la loro fabbricazione, comportante un trattamento estremamente delicato, dev’essere stata costosa. Il Sig. S. Mitchell, fornendo nel 1840 una lista d’articoli fabbricati da Thomas Boulsover, non fa alcun riferimento alle fibbie placcate attribuite così spesso da altri al loro antenato.
PARTE II
COSA E’ NOTO DEI PRIMISSIMI PRODUTTORI DI SHEFFIELD PLATE
THOMAS BOULSOVER
Boulsover nacque nell’anno 1704, e morì a Whiteley Hood Hall, nel settembre del 1788 (venendo interrato nella Chiesa di San Paolo, a Sheffield, il 12 settembre). Era generoso e scevro da diffidenza in una misura che forse permise ad altri di ottenere dalla sua invenzione la fortuna che gli spettava di diritto. Per gentile concessione del pronipote di quest’uomo eminente, il Sig. J.B. Mitchell-Withers di Beauchief, presso Sheffield, l’autore è in grado di riprodurre un ritratto del suo antenato. Un vassoio placcato Old Sheffield regalato da Boulsover alla figlia, la trisavola del Sig. Mitchell-Withers, in occasione del suo matrimonio con Joseph Mitchell nel 1760, è illustrata sotto.
JOSEPH HANCOCK
La diffusa ricorrenza del cognome Hancock a Sheffield, e il fatto che vi fossero numerosi Joseph Hancock coevi durante il XVIII sec., rendono difficoltosa l’identificazione delle loro numerose personalità. Il risultato di un’attenta ricerca obbliga a riconoscere che mentre la nostra conoscenza del placcatore in argento Joseph Hancock è spiacevolmente scarna, gli scarsi resoconti solitamente accettati su di lui sono pure non esenti da forti dubbi. Eyam sostiene che egli discendesse da una famiglia il cui destino costituisce una delle tragedie più strazianti della Peste in quel villaggio nel 1666. La tradizione può contenere alcuni elementi di verità, benché si siano ricercati invano come prova i Registri della Chiesa di Eyam, né è possibile trovare nei registri della Società dei Coltellinai alcuna conferma dell’affermazione che il suo antenato fu assunto come apprendista presso una persona ad Alsop-Fields, presso Sheffield; salvo che fosse un Isaac Hancock menzionato nel 1680come distributore di tabacchiere destinate alla vendita presso la Società dei Coltellinai. In tale data fu assegnato un marchio a questo Isaac, prova che egli aveva superato l’apprendistato di qualifica e ottenuto la Libertà, ma non essendosi trovati i documenti del suo contratto d’apprendista e della sua ammissione, non vi sono indizi della sua parentela. Neppure l’asserzione, così spesso ripetuta, che Joseph Hancock servì come apprendista da Thomas Boulsover stesso, regge alla prova dei fatti. Egli nacque nel, o attorno al, 1711, pertanto in condizioni normali sarebbe stato messo sotto contratto nel 1725, e avrebbe avuto diritto alla Libertà una volta diventato maggiorenne nel 1732. La lista degli apprendistati di quel periodo contiene due voci: (1) Joseph, figlio di Benjamin Hancock, assunto come apprendista nel 1728 per 3 anni e ¾ presso Thomas Mitchell, coltellinaio; (2) Joseph, figlio di Simon Hancock, di Barlow, fabbricante di chiodi, defunto, assunto come apprendista nel 1732, per 1 anno e 8 mesi, presso John Green, coltellinaio, ammesso alla Libertà nel 1734. Di questi il primo risponde meglio ai criteri della nostra ricerca. Si presume che l’apprendista, essendo stato, com’era usuale a quel tempo, istruito dal padre, fu mandato a completare la formazione sotto un altro padrone. Benché non sia registrata alcun’ammissione alla Libertà, il suo periodo come discente sarebbe terminato nel 1732, l’anno in cui Joseph Hancock, il futuro placcatore in argento, raggiunse la maggiore età. E considerato il collegamento di Boulsover con la famiglia Mitchell, l’apprendistato presso Thomas Mitchell non è privo di significato, poiché suggerisce come potesse facilmente sorgere nel corso del tempo una qualche confusione, tra questo nome e quello di Boulsover come padrone di Hancock. Ciò sarebbe possibile specialmente se, come probabile, Boulsover e il suo parente, Mitchell, lavorarono negli stessi stabili. Costatiamo infatti che nel 1774 l’Ufficio dell’Assaggio stabilì la propria residenza in una “dimora recentemente occupata dal Sig. Thomas Boulsover, situata in capo ad una corte in Norfolk Street”, di proprietà del Sig. Joseph Mitchell 21. Si può notare pure che Boulsover stesso non ottenne la Libertà fino al 1726, se questa voce si riferisce a lui: “Thomas, figlio di Samuel Boulsover, assunto come apprendis
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